La felicità va allenata

La felicità; tutti la cercano e tutti la vogliono. Non molti sanno però, che la felicità è una vera e propria competenza, e come tale va tirata fuori, coltivata ed allenata nel corso del tempo. La felicità rientra nella categoria delle cosiddette competenze positive e, in quanto tale, la si può imparare e costruire. Essere felici è una costruzione che si ottiene mediante tanto allenamento e con la giusta dose di informazioni.

La scienza della felicità

Per scienza della felicità si intende tutta quella serie di discpline scientifiche che, mediante le attività empiriche e di ricerca, hanno dimostrato l’esistenza della felicità, intesa come competenza che si può acquisire nel tempo, allenare e migliorare. La felicità come competenza però è distinta dalla felicità come emozione, in quanto l’emozione è per sua natura fuggevole, di breve durata, mentre la felicità come competenza è un progetto duraturo che persiste nel tempo, anche grazie al tempo che gli si dedica.

I primi passi

Per quanto riguarda le prime fasi dello sviluppo della felicità come competenza c’è bisogno di ristrutturare tutta la concezione della propria vita. In primo luogo, tutto dovrà partire dal cervello, il fulcro delle nostre sensazioni, emozioni, ma anche del nostro raziocinio. Dal cervello dovrà partire un’ampia gamma di riprogrammazioni per incanalarsi nel percorso della felicità, da programmare giorno dopo giorno. Sostanzialmente, secondo gli esperti, non esiste una felicità che perveniene solo da fonti esterne come la fortuna o il fatalismo o interne come le questioni genetiche. Anzi, la felicità, partendo dalle basi, ossia dal cervello, può essere “programmata”. Un tale approccio alla vita, permette poi, anche di affrontare quei momenti che felici non sono, reagendo al meglio e schermando gli effetti collaterali.

I principi cardine

Positività, benessere, cooperazione, relax. Sono queste le parole chiave che rappresentano i principi cardine su cui si fonda l’esercizio della felicità come competenza. A prescindere dal fatto che, il caso in oggetto sia una realtà familiare, un’azienda, una scuola o un ospedale, questi principi fondanti sono la base. Praticamente, una volta assimilati tali principi, si procede verso quel cambiamento culturale utile, affinchè si accresca nelle competenze della felicità. D’altronde è scientificamente provato che il cervello, sottoposto a stimoli e sensazioni positive, produce dopamina ed endorfine, ma anche serotonina e ossitocina, naturali regolatori dell’umore che mettono in connessione le persone. Nel concreto, una persona che è sottoposta a stimoli positivi, avrà più facilità a ricordare, in quanto la dopamina e le endorfine stimolano i centri dell’apprendimento e quindi, è anche più facile imparare e stimolare ragionamenti e intuizioni.

La felicità non sta negli obiettivi

Secondo gli esperti, la felicità va appunto coltivata giorno dopo giorno. La frustrazione che interessa la società moderna è dovuta in parte al continuo inseguimento della felicità, individuata spesso negli obiettivi da raggiungere. Spesso ci si pone qualche obiettivo che, per un motivo o per l’altro non si raggiunge e questo genera frustrazione. Al contrario, gli esperti ritengono che la felicità non consista nel nutrire aspettative per il futuro, quanto piuttosto nel costruire, giorno dopo giorno le sensazioni positive che danno vita alla felicità.

Felici non si nasce, si diventa

Si tratta di una convinzione molto comune: felici si nasce. Secondo molti infatti vi è una predisposizione innata, genetica alla felicità. In realtà questa cosa è stata smentita dagli esperti. Sostanzialmente gli elementi che, sinergicamente generano la felicità agiscono in maniera differente. Una piccola parte, circa il 10% della componente è derivata da fattori esterni alla persona, mentre il 50% è dovuto a fattori genetici. Esiste tuttavia l’altro 40% di elementi che compongono la felicità che nulla hanno a che fare con la genetica. Questo fattore è fortemente influenzato dai comportamenti e dalle azioni dei singoli. Sembra infatti che, mediante dei veri e propri esercizi che agiscono a livello neurobiologico, si può cambiare l’impostazione del proprio cervello. Ne consegue che, anche chi parte con una situazione sfavorevole geneticamente può migliorare il proprio approccio alla vita ed alla felicità.

 

Il disegno dei bambini: perché è importante e cosa ci dice

Il disegno dei bambini: la massima espressione della creatività dei nostri piccoli. Il disegno permette ai bambini, sia di dare forma alle cose che immagina, sia di esternare le sue emozioni in modo più o meno evidente. A questo proposito va detto che interpretare le opere che i nostri bambini rappresentano con il disegno non è affatto un lavoro facile. Spesso dietro quei disegni ci sono dei veri e propri messaggi, la cui interpretazione da parte del genitore è piuttosto complicata. Ci sono tuttavia, una serie di cose da tenere in considerazione per poter riuscire nell’impresa di comprendere il disegno del vostro piccolo di casa.

Disegnare è un pò comunicare

Il disegno è una vera e propria forma di comunicazione. Laddove non arrivano le parole per i bimbi, laddove non arrivano i gesti, bastano colori e matitte su fogli di carta per trasmettere un messaggio. Il disegno arriva prima della capacità di parlare fluentemente, ed è normale che questa modalità espressiva si faccia spazio nelle immagini. La creatività espressa dal bambino con il disegno, lascia trasparire sentimenti, sensazioni, stati d’animo. Il tutto avviene tramite il colore, la dimensione degli oggetti rappresentati, la posizione dei personaggi; tutto significa qualcosa, mediante un tipo di ordine che il bambino, inconsciamente dispone sul foglio. Il bambino si esprime rappresentando la propria visione della realtà, e ciò che ne viene fuori talvolta, ha un ampio valore simbolico: il bimbo vuole dirci qualcosa.

Il disegno come simbolo

Cosa possiamo evincere da un disegno? Tante cose. La personalità del bambino, per esempio; ma il disegno può essere tuttavia più utile ancora per capire se ci sono segnali d’allarme. Tramite i disegni infatti, il bambino riesce ad esternare ciò che a parole, non può o non riesce a dire. I simboi rappresentati possono voler dire tante cose, per questo motivo è sconsigliabile una diagnosi affrettata ed autonoma, senza aver ascoltato il parere di un esperto. Certo, ci sono i casi in cui, il segnale di pericolo è evidente, ed in quel caso genitori ed insegnanti possono correre ai ripari, ma è sempre meglio, in tutti i casi, affidarsi agli esperti per anticipare il dilagarsi di un fenomeno che preoccupa il piccolo.

L’importanza del tratto

Anche questo aspetto del disegno del bambino ci dice molto sulle sue emozioni. Ha un tratto molto regolare e sicuro? Vuol dire che è sicuro di sè. Tende a realizzare molte linee curve? Ciò comunica buone capacità di adattamento. Un tratto irregolare, incerto e costellato da cancellature, al contrario, rappresenterà introversione, timidezza e insicurezza, e così via. Dallo scorrere del tratto con cui il bambino disegna si evincono tante cose. Non solo lo stato d’animo, ma anche il carattere. Dal tratto si può dedurre socievolezza, empatia ed allegria, ma anche stress, ansia e paura del giudizio altrui.

Cosa ci dicono i colori

Dai colori che il bambino usa per colorare i disegni, emergono altre caratteristiche che ci danno molte informazioni sul bambino. Mettendo a disposizione del piccolo disegnatore un set intero di colori, lui ne sceglierà molti, uno solo, o un paio. La scelta non è mai casuale, anzi denota, una parte precisa del carattere e delle emozioni del bambino. Un bambino estroverso sceglierà colori caldi, come il rosso l’arancione o il giallo; il bimbo timido, ed introverso invece, si orienterà per colori freddi come il blu, l’azzurro o il viola. C’è poi l’incognita del colore verde, interpretato come segno sia di tranquillità  che di ribellione, e potrebbe essere considerato una via di mezzo.

Cosa disegnano i bambini

I bambini semplicemente ritraggono ciò che più di frequente incontrano lungo il loro percorso di vita: genitori, parenti,  amici, animali domestici ed anche personaggi della TV. Ma il disegno che più di tutti aiuta gli esperti nell’analisi del disegno del bambino è quello della casetta con l’albero, il sole e la propria famiglia. Il contenuto di questo disegno aiuta molto nella diagnostica per verificare lo stato psicologico del piccolo.

La rappresentazione di sè stesso

Questo disegno aiuta a comprendere un pò di aspetti fondamentali. Disegnando la famiglia, in primo luogo si capisce la percezione che il bambino ha di sè stesso, per come si rappresenta e come rappresenta se stesso rispetto alle altre figure umane.

  • Se si ritrae troppo piccolo, potrebbe essere un segnale di timidezza;
  • Se si ritrae con la testa eccessivamente grande, potrebbe essere segno di egocentrismo;
  • Se gli occhi sono troppo grandi è simbolo di curiosità; in caso contrario c’è diffidenza;
  • Braccia aperte: apertura verso gli altri; braccia chiuse: chiusura verso gli altri;
  • Mani: le mani chiuse o appuntite, sono un chiaro segno di ostilità;
  • Gambe: se le gambe sono molto lunghe, vuol dire che il piccolo ha voglia di crescere. Se al contrario sono corte, vuol dire che sente bisogno di protezione;

I membri della famiglia

Anche qui, i messaggi che il bambino lancia sono inequivocabili. Basta una semplice interpretazione per capire molto del bambino tramite un disegno. Nel caso della rappresentazione della famiglia, nulla è lasciato al caso. Il primo personaggio ad essere rappresentato è la persona che il bambino ammira di più. Il familiare che il bambino rappresenta in dimensioni più ridotte rispetto agli altri, potrebbe essere un rivale, mentre uno disegnato troppo grande potrebbe essere una figura dominante. Se un familiare è rappresentato in disparte, vuol dire che il bambino non ha stabilito un forte legame con lui; una famiglia i cui i personaggi sono nettamente separati possono essere sintomo di una paura che il bambino ha, nei confronti del contatto fisico. Nel caso invece, dell’omissione di un familiare dal disegno o del rifiuto totale del rappresentare la famiglia, si rivelano sofferenza e disagio nei confronti di un familiare o di tutto il contesto famiglia.

L’albero, il sole e la casa

L’albero rappresenta la parte più interna del nostro io, in quanto ogni parte dell’albero ha valori importantissimi e simbolici.

  • Radici: simboleggiano l’attacamento alla famiglia. Radici molto profonde indicano uno stato di benessere con la propria famiglia, il caso contrario indica bisogno d’affetto.
  • Tronco: un tronco predominante indica ambizione, determinazione ed egocentrismo; uno troppo piccolo indica introversione e chiusura. Quello intermedio è segno di indipendenza.
  • La chioma dell’albero: Troppe fronde sul tronco indicano pigrizia o eccessiva fantasia; poche foglie indicano egocentrismo.

Il sole invece rappresenta il padre e l’importanza che il bimbo riserva a questa figura. Un sole grande e luminoso indica una relazione serena e stabile con il genitore, mentre un sole messo in disparte, può indicare una mancanza della figura paterna. Infine, un sole senza raggi indica un padre assente.  La casa rappresenta il luogo in cui il bambino vive e denota parte del suo carattere. Se la casa disegnata sarà molto grande, il bambino sarà molto ospitale, in caso contrario, il bambino vorrà comunicarci timidezza e bisogno di conferme. Lo stesso vale per le porte e le finestre: se chiuse, il bambino sarà timido e introverso, in caso contrario sarà aperto verso il mondo.

 

L’importanza di insegnare la gentilezza ai bambini

La gentilezza è un valore aggiunto che, in un certo senso identifica una persona. Questo valore però, va acquisito nel corso della vita, mediante l’apprendimento e l’educazione. Va da sè quindi che il momento migliore per diventare gentili è l’infanzia. Nelle prime fasi di vita dei bambini, è più facile insegnare loro le giuste modalità di comportamento e guidarli nel percorso, per avere in futuro, persone gentili. La gentilezza è una vera e propria capacità, e la stessa va promossa a tutto spiano nelle fasi di sviluppo del bambino. Educare alla gentilezza è un processo che si presenta continuo e quotidiano. Ai bambini bisogna insegnare che la gentilezza non è sinonimo di debolezza o fragilità, ma che, al contrario, sono le persone più forti ad essere gentili, in quanto esse sono in grado di esprimersi mediante gentilezza e senza ricorrere alla violenza.

La gentilezza nei bambini

Un bambino gentile sarà un bambino che sa bene come gestire i rapporti interpersonali ed i suoi legami avranno caratteristiche più positive. Il bambino si mostrerà più accogliente verso gli altri e più aperto a nutrire sentimenti positivi. La gentilezza quindi, si configura come elemento fondamentale, anche nella comunicazione tra bambini e tra bambini e adulti. Il gioco, la cooperazione, la condivisione e la solidarietà, possono aiutare il bambino ad esprimersi in maniera rispettosa nei confronti del prossimo ed aiutare qualcuno in difficoltà.

Insegnare la gentilezza

Per prima cosa, bisogna capire il sistema valoriale del bambino in quella specifica fase dello sviluppo. Per farlo, il modo migliore è chiedere al bimbo stesso, quali siano secondo lui, gli atti di gentilezza. in questa fase è molto indicato fargli stilare una lista o una classifica. Sicuramente non si resterà delusi dalle risposte: i bambini conoscono molti modi per essere gentili ed hanno molte idee. Questo apre subito ad un momento di confronto, in cui l’adulto può mostrare quali sono i vari gesti di gentilezza che accompagnano le giornate di ognuno. Ma soprattutto è importante giocare sulle sensazioni e gli stati d’animo che un gesto gentile suscita in chi lo fa e chi lo riceve. Chiedere al piccolo, cosa ha provato quando ha ricevuto un gesto di gentilezza lo aiuta a riflettere sulla sensazione che si prova nel fare del bene.

L’importanza del gioco

Per trasmettere al meglio il valore della gentilezza, anche il gioco può avere un ruolo significativo. Giocare ad essere gentili può trasmettere quell’insieme di elementi in grado di far sviluppare nel bambino, le giuste capacità. Anche per questa modalità esistono piccoli suggerimenti: un gioco con un tempo e un premio finale, in cui si stilano, assieme al bambino, una serie di gesti gentili e vedere, nell’arco di tempo stabilito, quanti ne sono stati fatti dal bambino. La premialità serve come stimolo positivo per valorizzare l’importanza della gentilezza, e fornire una prova tangibile del perché, compiere quel gesto gentile sia importante, concretizzando persino gli effetti positivi da esso derivanti.

Gli stimoli esterni come apprendimento

Se non dovessero bastare i suggerimenti forniti dai genitori, tramite il gioco e l’insegnamento, si può fare ricorso ad altri tipi di stimolo quali, libri, film e cartoni. Tramite la lettura di fiabe e racconti o la visione di film e video educativi, il bambino può carpire l’importanza di comportarsi con gentilezza. Ma attenzione: il tutto dev’essere accompagnato da momenti genitore-figlio in cui si cerca il confronto con il bimbo per sottolineare l’importanza di un gesto gentile. Inoltre, è bene tener presente che anche i genitori stessi devono essere d’esempio per i bambini. I piccoli hanno una straordinaria capacità d’osservazione ed è osservando i comportamenti degli adulti che apprendono determinati comportamenti e tendono ad emularli. Per questo motivo, anche il genitore dovrà essere gentile e mostrarsi come tale. Essere gentili nel quotidiano può essere determinante, anche perchè bisogna tener conto del fatto che per i bambini, il primo modello d’ispirazione è una figura genitoriale.

Leggere fa bene ai bambini e li aiuta a crescere

Che leggere sia utile per la crescita culturale e spirituale è risaputo. A maggior ragione però ci sono addirittura delle conferme scientifiche che conferiscono maggiori certezze a riguardo: leggere fa bene. Inoltre, dato che parliamo, nello specifico di bambini, è  stato riscontrato come, la lettura, abbia effetti benefici, aiutando il piccolo nel suo percorso di crescita. Per questo motivo, tra le cose che un genitore dovrebbe fare, vi è quella di stimolare i propri figli alla lettura. Leggere aiuta a potenziare lo sviluppo cognitivo dei bambini, e produce effetti vantaggiosi sul piano linguistico, culturale, sociale, emotivo e relazionale. Una cosa già ampiamente dimostrata da medici e psicologi.

Leggere fa bene al bambino

Leggere aiuta il bambino a prepararsi alla vita. Leggere aiuta a conoscere mondi nuovi, posti lontani e parole sconosciute. Nei libri i bambini apprendono strategie, competenze, innovazione ed altri aspetti utili e spendibili nella loro vita quotidiana. Grazie alla lettura i bambini intraprendono un percorso di conoscenza che li porta ad essere più preparati a vivere la realtà, grazie al mondo delle fiabe o dei racconti che si vanno a leggere. Secondo gli esperti poi, un bambino che è propenso a leggere, quasi sicuramente sarà anche più curioso e creativo. Leggere aiuta a viaggiare con la fantasia e ad accrescere l’immaginazione, talvolta visualizzando gli scenari che si leggono nei libri. Sembra poi che, i bambini che leggono, abbiano più memoria e più capacità logica.

Gli effetti della lettura sulla comunicazione

Sembra strano ma è così: i bambini che leggono, comunicano meglio. A quanto risulta da molti studi effettuati sull’argomento, un bambino propenso a leggere, è in grado di sviluppare migliori doti relazionali rispetto ad un coetaneo. Leggere migliora anche le capacità linguistiche, favorendo lo sviluppo del linguaggio tramite l’apprendimento di nuove parole da inserire nel proprio vocabolario. Il bambino che legge ha anche più possibilità di sviluppare una forma sintattica e lessicale più organizzata. Anche la scrittura è stimolata con la lettura: sembra che molti bambini, abituati a leggere, siano poi propensi a sviluppare attitudini alla scrittura negli anni seguenti.

Leggere migliora il rendimento e l’amicizia

Anche andare bene a scuola ha i suoi effetti positivi, specie sul senso di gratificazione e soddisfazione del bambino. L’aspetto del rendimento scolastico, pare sia, un ulteriore punto in cui, si riflettono gli effeti positivi derivanti dalla lettura. I bambini che amano leggere, spesso hanno cominciato in tenerissima età, sotto la guida ed il coordinamento di mamma e papà. Per questo motivo si troveranno praticamente, con uno step in più rispetto ai compagni. Effetti positivi, anche sul piano della costruzione delle relazioni sociali; e quale relazione è più solida di una sincera amicizia tra bambini? I bambini che amano leggere imparano presto la risposta a questa domanda. Imparano il valore dell’amicizia dai protagonisti delle favole e dei racconti e dai loro comprimari; imparano cosa vuol dire la lealtà verso l’altro ed il rispetto reciproco. In sostanza l’amicizia è un valore coltivato sin dai primi anni di vita, e la lettura aiuta a crearlo.

Leggere: i benefici per la mente

Così com’è per gli adulti, anche per i bambini, la lettura può avere degli effetti rilassanti ed essere considerata come momento di relax dopo una giornata impegnativa. La lettura ha dei comprovati effetti positivi sullo sviluppo cognitivo del bambino, così come anche l’andare in libreria, istituisce una sorta di rituale in cui, la libreria diventa il luogo prediletto, il luogo dei desideri del bambino. Leggere poi, in compagnia di un genitore, aiuta a rinsaldare il legame tra genitore e figlio e a stabilire un momento preposto per la lettura. Gli effetti positivi, inevitabilmente sfociano anche sull’aspetto emotivo: il bambino che legge comprende anche meglio le sue emozioni.

Leggere aiuta ad interagire

La lettura genitore-figlio, può essere considerata come un vero e proprio momento di interazione, che migliora la relazione e crea solidi rapporti. Leggere insieme, ascoltare, commentare un passaggio di un libro o una figura, aiuta a creare una sintonia reciproca ed un legame affettivo ben saldo. Quello della lettura insieme, può essere un momento del tutto magico, atteso tanto dal bambino quanto dal genitore, da farsi preferibilmente di sera, al termine di tutte le attività quotidiane, quando ci si può rilassare, in compagnia di un buon libro, utile per i piccoli e per i genitori.

 

 

Perché ai bambini piacciono i supereroi?

Ai bambini piacciono i supereroi. Questo è chiaro. Ma da cosa nasce questa passione che i più piccoli hanno per Spiderman, Batman o Superman? I genitori se lo chiedono, e forse una risposta c’è. Certo, i supereroi, con i loro costumi ed i loro poteri affascinano, soprattutto i più piccoli, ma non è solo quello il motivo. Secondo molti genitori, i supereroi sono soltanto il frutto di abili strategie di marketing, atte a far vendere gadget e prodotti con i marchi dei supereroi preferiti dai bambini. In realtà c’è molto altro.

Supereroi: miti per tutte le generazioni

Da Batman a Spiderman, passando per Superman, questi sono i supereroi che accompagnano la crescita dei piccoli, da molte generazioni ormai, e probabilmente, anche quei genitori preoccupati di oggi, sono stati affascinati da supereroi col mantello. Cosa c’è alla base di questa passione? Ce lo dicono gli esperti. In primo luogo, il fenomeno che lega i bambini ai supereroi è dettato da un meccanismo fisiologico: necessità di identificarsi. I bambini sentono, sin dai primi anni di vita, il bisogno di figure potenti, cui fare riferimento per affrontare meglio la vita quotidiana. Questi supereroi, invincibili, che praticamente possono tutto, sono l’ideale per identificarsi, superando le paure e le difficoltà.

I supereroi nello sviluppo

Proprio nel pieno dell’età evolutiva, i supereroi svolgono un ruolo determinante per la crescita del bambino. Questo periodo della vita è addirittura cruciale, secondo gli esperti, in quanto è proprio durante questa fase che si costruisce l’identità del piccolo. Durante l’età evolutiva quindi, il bambino tende a legarsi, in maniera quasi viscerale ai suoi supereroi preferiti. Da qui deriva il fatto che i bambini tendono a vedere nei supereroi, una sorta di modello a cui ispirarsi per definire il proprio comportamento. Nel personaggio trovano delle caratteristiche desiderabili, come la forza, il coraggio, i buoni principi, ed è per questo che la tendenza sarà quella di imitarli.

Cosa ne pensano gli esperti

Perché ai bambini piacciono così tanto i supereroi? La risposta degli esperti sta nelle basi dello sviluppo dei bambini. Fondamentalmente, i piccoli seguono le avventure dei supereroi sui fumetti, al cinema o in tv. Se questo accade è perché c’è un motivo fondamentale: i piccoli sanno distinguere il bene dal male. Si tratta forse di un meccanismo naturale, ma sta di fatto che, sin dalla più tenera età, i bambini riescono a fare questo tipo di ragionamento, finendo per identificarsi con chi si schiera in favore del bene e contro chi è a favore del male. Un’Università giapponese, ha effettuato dei test per dare una ragione all’amore dei piccoli per i supereroi. Nel test, i bambini hanno guardato dei cartoni animati, i cui personaggi erano ridotti a figure geometriche che si inseguivano. Poi, attori reali hanno interpretato le stesse scene davanti ai piccoli, i quali dovevano esprimere preferenze su quale fosse il personaggio che li aveva più colpiti. I bambini hanno tutti votato per i personaggi positivi.

Un meccanismo naturale

In pratica, come ci dimostra l’esperimento giapponese, i bambini, anche con pochi mesi di vita, si schierano già in favore di chi difende i più deboli. Nonostante l’età precoce, si riesce già a fare questa importante distinzione che, talvolta caratterizza tutto lo sviluppo dell’identità della persona. Se il bambino vede nei supereroi delle caratteristiche che intende imitare, è senz’altro un qualcosa di positivo. In questo caso, il compito del genitore, potrebbe essere quello di assecondare questa passione, convogliando l’interesse per gli aspetti positivi del supereroe nella crescita di aspirazioni e desideri del piccolo, onde favorirne l’ambizione futura. D’altronde i supereroi rappresentano un desiderio del bambino, ed in questo caso, i genitori dovrebbero ascoltare, le esperienze del piccolo nella conoscenza col suo personaggio preferito, mantenendo aperta la mente. Questo perché i supereroi sono qualcosa di perfetto agli occhi dei piccoli, e per questo, tale passione andrebbe incoraggiata. Bisogna educare i piccoli a sognare, ed a credere nei propri sogni.

 

Le coccole fanno bene ai bambini

Le coccole fanno bene ai bambini? La risposta è si. A dirlo è la scienza, sulla base di dati verificabili, frutto di numerose ricerche fatte in merito. Una conferma avvalorata scientificamente quindi, che smentisce, quanto ritenuto finora, ossia che, le troppe coccole, rendano i bambini viziati e mammoni. Secondo le ricerche invece, le coccole ed i gesti affettuosi nei confronti dei propri figli, influiscono positivamente sul benessere fisico e psichico del bambino.

Le coccole? Utili e necessarie

Secondo i ricercatori, le coccole sono praticamente necessarie per il corretto sviluppo dei più piccoli. Stando a quanto rilevato da prestigiosi istituti quali l’University of British Columbia ed il British Columbia Children’s Hospital Research Instutute, i bambini avrebbero bisogno del contatto fisico con i genitori, sin dai primi attimi di vita. Questo perché, tale contatto sembra produrre effetti positivi sull’espressione dei geni coinvolti nello sviluppo del sistema immunitario, e nei meccanismi che regolano il metabolismo. Per questo motivo, tenere in braccio il proprio figlio, non è solo un momento strettamente privato, ma anche un vero e proprio atto di protezione per il piccolo; una protezione a tutto tondo.

Gli effetti delle coccole sullo sviluppo psichico

Oltre ai prestigiosi istituti di ricerca, anche gli psicologi ed i terapeuti esperti dell’età evolutiva, si occupano costantemente di rilevare gli effetti delle coccole sullo sviluppo dei minori. Secondo gli esperti, la sensazione di benessere che deriva da un gesto affettuoso, avrebbe origine a livello neuronale: una sorta di reazione del corpo ad ogni carezza che la pelle percepisce. Dalle ricerche poi, è emerso che le coccole costituiscono una forma imprescindibile di attaccamento, una delle prime relazioni che l’individuo va a stabilire nel corso della sua vita. Le coccole, in sostanza, sono il collante che rende possibile il legame tra il genitore ed il figlio. Le stesse coccole, servono al piccolo per rilassarsi o per eliminare le paure. In pratica, hanno un vero e proprio effetto terapeutico. E sono i genitori a praticarlo.

Coccole ed emozioni

Se lo dice la scienza, c’è assolutamente da fidarsi. Secondo le ricerche, c’è da rilevare che i bambini che ricevono manifestazioni d’affetto più frequenti, sono più rilassati e meno inclini all’ansia. Inoltre, le coccole possono anche essere usate come mezzo, per insegnare ai bambini la gestione delle emozioni. La carezza ed il prendere in braccio il piccolo, sono infatti ritenuti come veicolo per comunicare attraverso gesti e parole, il conforto o l’approvazione. D’altronde i bambini sono affettuosi per natura, per questo, anche un solo abbraccio, può fare tanto e comunicare tantissimo.

A volte basta un abbraccio

L’abbraccio rappresenta un pò la quintessenza del gesto affettuoso, della coccola. L’abbraccio è contatto fisico puro. Per il bambino, questo semplice gesto è d’importanza fondamentale. A volte, specie per la mamma, basta prendere in braccio il piccolo e portarselo al cuore, per calmare un pianto. L’abbraccio costituisce per un bambino un calmante naturale, meglio delle altre coccole. Dal punto di vista scientifico, poi, gli effetti positivi dell’abbraccio si verificano con la produzione di ossitocina, il cosiddetto ormone della felicità, che infonde al piccolo, una grande sensazione di benessere.

Mai abbastanza

Le coccole fanno bene al bambino. Il contatto pelle a pelle favorisce lo sviluppo di sensazioni di benessere a livello ormonale, che sicuramente producono effetti positivi nel piccolo. Nel medio-lungo termine, questo si traduce in un miglioramento sul piano fisico e psicologico, oltre che affettivo. I dati lo confermano e sembra essere proprio così. Per questo motivo, la dicotomia secondo cui, troppe coccole siano dannose per i bambini, è destinata ad essere confutata. Anzi, sembra proprio che, al contrario di quanto si creda, le coccole siano fondamentali per la socialità del bambino, e non ce ne sono mai abbastanza. Ogni coccola, ogni abbraccio, ogni gesto affettuoso, crea un legame forte tra il genitore ed il figlio. Un legame che aiuterà il bambino in tutte le sue fasi di sviluppo.

Quanto la mente influenza il corpo

Il corpo e la mente non sono affatto separati, anzi. Mente e corpo vivono in simbiosi ed è per questo motivo che vanno considerati come una cosa sola. Cosa implica tutto ciò? Essenzialmente vuol dire che, il corpo può influenzare la mente, ma soprattutto che la mente può influenzare il corpo. Questo fenomeno rientra in quella serie di aspetti che definiamo psicosomatica. Lo stress, l’ansia, hanno ripercussioni sul nostro corpo e fanno parte della categoria dei disturbi psicosomatici. Ma in che modo la mente influenza il corpo?

L’influenza della mente sul nostro corpo

Come può la mente influenzare il corpo, tanto da vedere, uno stato d’animo, avere ripercussioni sulla salute fisica di un individuo? Tramite delle chiare manifestazioni della condizione psicologica. I disturbi psicosomatici hanno effetti diretti sul nostro corpo, le cui manifestazioni possono essere immediate o prolungate nel medio-lungo termine. Tale conclusione, sembra essere avvalorata da numerosi studi scientifici, che smentiscono l’atavica conclusione secondo cui la mente sarebbe un’entità ben distinta dal corpo. Da tempo, invece, si è realizzato che la mente fa già parte del corpo e di conseguenza, la condizione emotiva dell’individuo, si ripercuote anche sulla condizione fisica.

Mente e corpo: gli effetti della rabbia

La rabbia e l’ira. Sicuramente due condizioni che dipendono da uno stato d’animo particolare. Ebbene, è stato rilevato dagli esperti che, chi è incline a manifestazioni di rabbia, ha un rischio maggiore di sviluppare patologie cardiache. La rabbia infatti, sembra che si manifesti in maniera diretta sul corpo, influendo negativamente sullo stato del cuore e delle coronarie. In pratica, chi è propenso alle manifestazioni di rabbia, ha un rischio tre volte maggiore di sviluppare infarti, rispetto a soggetti più moderati. Le numerose ricerche fatte in merito a come, la mente influenzi il corpo nei casi di rabbia, hanno più volte confermato questi dati. La rabbia produce effetti negativi, stimolando l’asse dello stress ed una serie di effetti neurochimici, di certo non positivi.

Lo stress

Lo stress è senza dubbio uno degli effetti psicosomatici più conosciuti. Dai casi più acuti a quelli lievi, lo stress accompagna la vita di molti, dagli studenti, ai lavoratori. Tale fenomeno psicosomatico è espressione pura dell’influenza che la mente ha sul corpo. Tuttavia, è doveroso fare una distinzione: uno stress che si protrae per periodi brevi, è addirittura utile all’organismo. Questo infatti, aiuta il corpo nella redistribuzione delle cellule nel flusso sanguigno. Effetto contrario, invece è quello derivante dallo stress cronico. Tale forma di stress influisce negativamente, finendo per danneggiare il sistema immunitario, riducendo il numero di linfociti e aumentando il rischio di contrarre varie patologie. Lo stress può:

  • Peggiorare il livello di glucosio nei diabetici;
  • Favorire disturbi gastrointestinali
  • Peggiorare il decorso di malattie degenerative
  • Influire sullo sviluppo di patologie cardiache
  • Aumentare gli effetti dell’invecchiamento
  • Essere influente per lo sviluppo di patologie organiche (es. tumori)

Psicosomatica e metamedicina: dal problema alla cura

Le emozioni, gli stati d’animo e le condizioni psichiche, non sono astratte o separate dal corpo. Esse sono neurotrasmettitori e, come tali, influenzano lo sviluppo di ormoni, la riproduzione di cellule e il sistema immunitario. A studiare il rapporto tra la mente ed il corpo, è la psicosomatica. Tale disciplina è una branca della medicina che studia mente e corpo quali elementi inscindibili. Alla base della psicosomatica c’è l’idea che le emozioni negative siano dannose per il corpo. La metamedicina invece, è uno studio che propone i mezzi necessari per la prevenzione e la guarigione dai disturbi di natura psicosomatica. La metamedicina considera il dolore o il malessere come segnali di un malfunzionamento dell’organismo. Per questo motivo, l’approccio della metamedicina va alla radice del problema, cercando di estirpare o quantomeno comprendere, l’origine del malessere. In conclusione, il corpo e la mente sono un tutt’uno. Se una delle due parti non funziona, le ripercussioni interesseranno anche l’altra. D’altronde, così come la definisce l’Organizzazione Mondiale della Sanità, “la salute è uno stato completo di benessere fisico, mentale e sociale”.

Cos’è e quanto funziona la Pet Therapy

Il legame dell’uomo con gli animali ed i suoi effetti benefici. Gli studi sembrano confermare che nell’interazione tra uomo e animale, ci siano degli aspetti che influiscono positivamente sulla salute. Per questo motivo nasce la pet therapy: una terapia mirata, che sfrutta questo legame ancestrale per stimolare la sfera emotiva del paziente, favorendo nuovi stimoli e nuovi meccanismi d’interazione. Ma che cos’è, davvero la pet therapy? e funziona?

che cos’è la pet therapy

Viene definita pet therapy, quella tipologia di approccio terapeutico dolce, che sfrutta le interazioni tra gli uomini e gli animali, al fine di ricavare effetti positivi sulla salute del paziente, mediante lo stimolo delle attività emozionali dello stesso. Il termine “pet therapy” è stato coniato intorno agli anni ’60, da un medico americano, lo psichiatra Boris Levinson, il quale riscontrò gli effetti positivi del rapporto tra un cane, Jingles ed un paziente autistico. Prima di avere un nome però, la pet therapy è stata ampiamente applicata, praticamente da sempre. Sembra infatti, che già gli antichi greci credevano che gli animali fossero d’aiuto nella cura e l’assistenza delle persone malate. Poi, questo tipo di terapia è stato usato molto nelle terapie per il miglioramento di soggetti disabili o affetti da disturbi mentali. Successivamente, gli animali hanno funto da compagnia e da cura per i disturbi post-traumatici da stress, una terapia applicata sovente, ai reduci della Seconda Guerra Mondiale.

Gli animali della pet therapy

La pet therapy è una terapia che prevede la vicinanza tra il paziente e l’animale; ma quali sono gli animali più indicati per questo tipo di terapia? Ce ne sono vari, non solo cani e gatti, ed a seconda dell’animale, si predispone un tipo di terapia ad hoc:

  • Cat therapy: in questo caso i protagonisti sono i gatti
  • Dog therapy: la terapia utilizza i cani
  • Onoterapia: la pet therapy con gli asini
  • Pet therapy con i cavalli
  • Pet therapy con i conigli

Ognuno di questi animali apporta effetti benefici, sin dal momento in cui va ad intessere un rapporto con il paziente.

Applicazioni della pet therapy

Nella maggior parte dei casi, gli animali che fanno parte della terapia, sono domestici, ma come abbiamo visto, ce ne sono anche altri. L’approccio è basilare e permette tramite l’utilizzo di un linguaggio semplice e ripetitivo, l’interazione tra uomo e animale. Dalla terapia si ricava un miglioramento delle condizioni psico-fisiche del paziente e l’instaurazione del pensiero positivo. La pet therapy quindi, è fortemente indicata per le varie tipologie di depressione: gli animali, letteralmente spezzano circoli viziosi della depressione, offrendo continui stimoli nuovi per la comunicazione e, soprattutto per abbandonare l’isolamento. Inoltre, ad avvalorare ancora di più la sostenibilità della terapia con gli animali, ci sono i benefici riscontrati nella cura dell’Alzheimer, per cui, talvolta ci sono centri specializzati, in cui il paziente è affiancato da un animale domestico.

Come funziona la pet therapy

Il punto di partenza è uno: il legame affettivo tra paziente ed animale. Questo rapporto, va a rafforzare l’autostima ed a garantire sicurezza e miglioramento delle relazioni sociali. L’animale rende più accettabile la patologia o la condizione di disagio, infondendo nel paziente, una vera e propria scarica di energia positiva.  La terapia, comunque è gestita mediante somministrazione da parte di uno psicologo o psichiatra, ma non si esclude che, in futuro, si potrebbe assistere alla nascita di un vero e proprio settore medico indicato.

Pet therapy per i bambini

Nel caso specifico in cui, i pazienti siano bambini, la pet therapy è fortemente indicata, perché oltre all’aspetto benefico, la vicinanza con gli animali favorisce anche lo sviluppo cognitivo ed emotivo dei più piccoli. Il contatto con gli animali favorisce nel bambino, apprendimento, capacità d’osservazione, responsabilità e creatività. Nel caso di bambini affetti da disabilità, quello che si va a creare con l’animale è un rapporto di affettivo puro ed autentico, che può costituire la motivazione necessaria per affrontare le cure ed i piccoli problemi quotidiani.

La cura degli anziani

La pet therapy, in particolare quella con gli animali da compagnia, può essere indicata anche nella cura degli anziani. L’obiettivo è ripristinare una certa stabilità emotiva nel paziente; per questo motivo, la possibilità di dedicarsi al gioco con un cane o un gatto, la possibilità di prendersene cura, sono stimoli decisivi in termini di stimolo delle attività emozionali dell’anziano. Grazie agli animali, si può sviluppare un processo emotivo rinnovato, volto al ritorno del buonumore.

Gli effetti della pet therapy su pazienti autistici

Aspetti positivi della terapia con gli animali, sono stati riscontrati anche nella terapia per pazienti affetti da autismo. Il programma terapeutico prevede l’approccio relazionale con un animale, per verificarne gli effetti. I risultati sono talvolta entusiasmanti, in quanto è stato rilevato che, l’interazione con un animale, stimola nel paziente, un miglioramento dell’attenzione. Altri aspetti positivi che si rilevano, riguardano una maggiore sicurezza nella gestione del proprio corpo.

I benefici

Se la pet therapy migliora la sfera emotiva, è chiaro che, a conti fatti, si riscontrino benefici su tutto il corpo. In particolare si rileva che, la terapia migliori la pressione sanguigna e la frequenza cardiaca; migliora il benessere psicologico tramite l’attività ludica e la cura dell’animale; elimina o contrasta i casi di solitudine; riduce lo stress; aumenta il senso di responsabilità; favorisce empatia e comunicazione. Insomma, la terapia con gli animali funziona, ed il miglioramento sull’uomo è verificato e totale.

Come aiutare i bambini a non aver paura del dottore

Fin dai primi giorni di vita, tutti i bambini entrano in contatto con i medici: nascita, vaccinazioni, controlli, sono tutti momenti inevitabili per conosceree lo stato di salute del proprio figlio.

Che sia per un controllo post- influenza o per una visita specialistica, spesso andare dal medico innesca un meccanisco di paura e tensione in molti bambini.

Anche la semplice visita di controllo dal pediatra può rivelarsi un momento molto difficle da affrontare per un bambino tanto da iniziare ad avere paura del dottore.

La paura del dottore non è una cosa poi così incomprensibile, il bambino può arrivare ad avvertire quel momento come un’invasione del proprio spazio corporeo dato che il medico dovrà necessariamente: toccarlo, abbassargli la lingua, controllargli le orecchie etc. etc.

Possono essere diverse le ragioni che spingono i bambini ad avere paura del dottore, soprattutto le prime volte:

  • l’incontro con un estraneo;
  • la paura di non sapere a cosa andranno incontro;
  • la separazione dai genitori a causa di alcune pratiche mediche;
  • l’associazione al dolore.

Questa paura è quasi sempre manifestata attraverso episodi di nervosismo intenso e di pianto ininterrotto, con la conseguente impossibilità di visita da parte del medico.

Il ruolo fondamentale in queste situazioni lo svolgono i genitori: è importante cercare di rassicurare il proprio piccolo dandogli spiegazioni adeguate, evitando così stress inutili ed un’immotivata paura del dottore.

Le strategie adatte per aiutare i bambini

1. Dite sempre la verità

Evitate di ingannare i vostri piccoli, dirgli chiaramente a cosa andranno incontro è la strada giusta per evitargli spiacevoli sorprese.

2. Preparateli al momento

Cercate di comunicare ai vostri piccoli con un po’ d’anticipo il giorno esatto in cui lo porterete in visita dal dottore. Dategli il tempo di prepararsi a quello che li aspetta.

3. Non usate il dottore come minaccia

Molto spesso la paura dei bambini deriva da alcune frasi usate come minacce dai genitori, come ad esempio “se non la smetti ti porto dal dottore che ti fa la puntura” ecco, non c’è niente di più sbagliato che utilizzare espressioni del genere.

In questo modo il bambino costruirà nella sua testa  un’idea sbagliata del dottore associandolo ad un momento brutto e spiacevole.

4. Parlate bene del pediatra

Cercate di avere sempre una buona parola per il pediatra: fate capire al vostro bambio che sarà proprio grazie a lui che il suo dolore sparirà.

5. Chiaritegli ogni dubbio

Quando si va dal dottore, la paura più grande è sicuramente legata al dolore. Per questo motivo, non lasciate niente di non detto, illustrate passo passo al vostor bambino la visita che sta andando a fare e, nel caso fosse dolorosa, diteglielo chiaramente, cercando di non esagerare.-

La cosa davvero importante per far superare ai bambini la paura dle dottore è sicuramente quella di trasmettergli serenità e spensieratezza. Dite loro chiaramente che anche mamma e papà vanno spesso dal dottore e sono forti, sani, belli e super felici!

 

 

 

Sentirsi meglio e aiutare gli altri facendo volontariato

Decidere di aiutare gli altri facendo volontariato, è un atto di estrema generosità verso il prossimo ma anche verso se stessi. Pensare che il proprio tempo e le proprie azioni possano essere in grado di donare benficio ad un’altra persona che magari ha delle difficoltà è una presa di coscienza molto importante e comporta un impegno e delle responsabilità ben precise.

Attraverso il volotariato si donano tempo, attenzione, importanza e affetto a delle persone che molto spesso hanno meno possibiltà di noi come ad esempio:

  • malati
  • anziani
  • disabili
  • senza tetto
  • migranti

insomma, tutte persone con un problema di tipo fisico o con delle difficoltà socio-economiche.

La scelta del volontariato

Solitamente si inizia per sentito dire, magari c’è un amico che collabora con un’associazione di volontari e spesso ti racconta di come sia bello e gratificante aiutare gli altri.

Chi sceglie di approcciare al volontariato sente l’esigenza di donare qualcosa al prossimo, sente che dentro di se ci sono dei sentimenti buoni che devono essere esternati in maniera concreta aiutando qualcuno.

Si inizia così il pecorso del volontariato: un percorso che non regala niente di materiale e tangibile in cambio ma è in grado di modificare completamente la vita di chi sceglie di iniziarlo.

Emozioni, sensazioni, divertimento, amicizia, sono queste le cose principali che regala l’esperienza di volontariato. Il presupposto principale però è non aspettarsi mai niente in cambio, solo così si potrà costruire serenamente la propria identità di volontario: arrivando a capire che migliorare la vita agli altri migliorerà anche la nostra di vita.

Cos’è il volontariato

 Fare volontariato è un atto di generosità e sensibilità sociale

Tendere una mano a chi è in difficoltà facendogli capire che non è solo, è un atto di estremo altruismo e nobiltà d’animo.

Pensare che le tue azioni possano fare la differenza nella vita di un’altra persona ti regalerà tanto in temrini di serenità, sicurezza ed autostima.

Il volontariato è un’esperienza di vita

Fare volontariato è un’ esperienza di vita che ti arricchisce come poche altre esperienze riescano a fare, nella vita di tutti i giorni.

Entrare in contatto con persone di età, cultura ed estrazione sociale diversa dalla propria, ci aiuta ad imparare nuove cose e a ridisegnare la nostra realtà. Aiuta a ristabilire il giusto valore delle cose nella propria vita.

Fare volontariato ti apre a nuovi orizzonti

A volte succede che ci estraniamo dal tessuto sociale in cui viviamo e non riusciamo a renderci conto neanche che può esserci una persona che soffre a pochi metri da noi. Il volontariato ci insegna a guardare con occhi diversi, ci apre nuovi orizzonti non soltanto fisici, se si sceglie di viaggiare, ma proprio mentali ed emotivi.

Accrescendo la nostra sensibilità saremo in modo di far caso a molte più cose intorno a noi, e che sia nel nostro quartiere o dall’altro capo del mondo, fare volontariato ci aiutare a vedere l’altra faccia della società con cui entreremo in contatto.

Quando aiuti gli altri non sei mai solo, sei la parte integrante di una comunità che ha lo stesso obiettivo: migliorare le cose.

Migliorando le cose, aiutando gli altri, e cercando di rendere il mondo un posto migliore, non aiuti solo gli altri ma aiuti anche te stesso.

Qualunque siano le ragioni che ti muovono, sappi che il volontariato sarà una delle esperienze più ricche ed intense della tua vita: ti sentirai attivo, utile, motivato, soddisfatto, sereno e riuscirai a vivere meglio con te stesso e il mondo intorno.

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