sguardo del clown

Te lo dico a modo mio… con lo sguardo del clown

La prima finestra in cui ti affacci la mattina è lo specchio, la finestra che ti apre all’orizzonte più sconfinato di qualunque altro panorama esistente, sconfinato si, indefinito e indefinibile! Sorprende “aprire” quella finestra, in cui ci aspettiamo di trovare sempre la stessa immagine, e ritrovarsi, invece, catapultati in un orizzonte talvolta sconosciuto a noi stessi!

Nello specchio ci aspettiamo di vedere il nostro riflesso, il profilo che ci illudiamo di saper delineare anche ad occhi chiusi, in realtà nello specchio a ben guardare c’è un oltre, c’è ciò che appare e molto di più!

Lo specchio non mente, lo fa il nostro sguardo nel fermarsi a quel fermo immagine che per un fugace attimo lo specchio intrappola, ma lo sguardo coraggioso coglie in quel riflesso il prisma che proietta le sue facce in quella finestra, ponendo noi stessi faccia a faccia con la nostra essenza!

Specchio specchio delle mie brame, diceva qualcuno, specchio specchio dei miei desideri, pensieri, paure, fragilità e forze, contraddizioni e certezze! Specchio specchio delle mie scelte, specchio specchio di ciò che sono, e se anche non ho approdato al porto di ciò che sono, so chi ho trovato nella ricerca di ciò che sono, e in quello specchio vedo me sì, vedo il mio viso cornice di una piccola sfera rossa, sì perché proprio al centro di quella finestra specchiante che si apre al mattino davanti a me la prima cosa che sbuca fuori è il mio naso rosso…

Anche se non lo indosso, perché nel mio riflesso più autentico lui è là, non è sul mio naso, è il mio naso!

E se nello specchio del mattino, di un mattino come tanti, nello specchio si specchia la mamma, la maestra, l’indaffarata, l’affannata, vestita e mascherata per le più svariate faccende, nel mio riflesso, nell’oltre che con coraggio il mio sguardo ha imparato a cogliere, nel riflesso delle scelte, della vera bellezza, dell’essenza: c’è lui il naso rosso…ci sono io… io clown!

Nel riflesso il naso rosso irradia la sua luce al mio sorriso e mi dà la chiave per sostenere nell’essere il prisma che sono, che ciascuno di noi è! Essere clown è aver aperto quella finestra, la finestra dentro, essere clown è vedere il naso rosso in ogni riflesso di sé, essere clown è conoscersi e riconoscersi nella parte più sorridente di sé!

Lo sguardo del clown è stato scritto da Clown Frangetta

medicina divertimento

La medicina non è divertente, ma c’è molta medicina nel divertimento

“La medicina non è divertente ma c’è molta medicina nel divertimento”.

È questo il motto dell’associazione “Teniamoci per Mano Onlus”, che oggi conta 600 clown volontari e che dal 2010 è impegnata attraverso la clownterapia a regalare gioia e sorrisi in circa 40 tra ospedali, case di riposo, strutture per bambini e per persone diversamente abili sparse su tutto il territorio nazionale.

Nata a Napoli da un’idea del fondatore Eduardo Quinto, Teniamoci per Mano ONLUS da piccola associazione di provincia è cresciuta rapidamente fino a diventare una realtà di rilievo nazionale ed è reduce dal successo della “Maratona del Sorriso” con quasi 50mila euro raccolti in tutta Italia per acquistare apparecchiature sanitarie destinate agli ospedali.

Indossare camice e naso rosso ed entrare nel fantastico e sorprendente mondo della clownterapia con Teniamoci per Mano ONLUS è semplice: basta frequentare il corso base tenuto da un formatore professionista, della durata di un fine settimana, in una delle città nelle quali l’associazione è presente. Sarà possibile così iniziare il proprio tirocinio della durata di 100 ore nelle strutture convenzionate, con il supporto costante di un clown tutor esperto. Teniamoci per Mano ONLUS tiene in grande considerazione l’aspetto formativo dei propri clown e prevede durante l’anno appuntamenti specifici nei quali i volontari hanno la possibilità di migliorare la propria tecnica per approcciarsi nel modo migliore alle varie tipologie di persone che potranno incontrare nel corso delle attività.

La ONLUS non gode di contributi pubblici e si sostiene unicamente attraverso donazioni private ed è per questo che ha appena lanciato la campagna basata sui “panettoni del sorriso” griffati Tre Marie che è possibile prenotare al numero 081-18759100 oppure inviando una mail all’indirizzo teniamocipemanoonlus@live.it.

Un pensiero dolce che può aiutare a regalare un sorriso a chi ne ha bisogno perché, come diceva Charlie Chaplin, “un giorno senza sorriso è un giorno perso”.


autore: EMIDIO PICCIONE

Quanto è importante che i bambini stiano a contatto con la natura

Ripristinare il contatto con la natura è un qualcosa di doveroso, per i più piccoli ma non solo. L’abitudine di stabilire un rapporto con il verde, le piante e gli alberi dovrebbe avere più valore nella società moderna. Per quanto riguarda i bambini, è importante stare all’aria aperta, nei parchi e nei prati, respirando aria pulita e stabilendo un vero e proprio legame con la natura, dal quale derivano numerosi effetti benefici per lo sviluppo e per il benessere fisico e psicologico. Infatti sono molti i pedagogisti che dimostrano quanto, stare a contatto con la natura sia salutare per i bambini.

 

Perché è importante il contatto con la natura

Innanzitutto è bene sapere che il contatto con la natura ed in generale, lo stare all’aria aperta è un vero toccasana, in quanto aiuta anche nella prevenzione delle malattie infettive. Secondo molti studi infatti, si evidenzia che trascorrere molto tempo in luoghi al chiuso espone i bambini al contatto con virus e antropotossine, che sono presenti in grande quantità nei luoghi più affollati. Purtroppo i bambini sono spesso esposti a questo tipo di ambienti, specie nelle classi affollate della scuola. Un luogo chiuso e affollato si riempie di un’aria che di lì a poco diventa insalubre, ed è quindi pericolosa per il bambino. Per questo motivo, la prevenzione migliore contro i virus la si fa all’aria aperta, tra gli alberi e sui prati.

 

 

I benefici dello stare a contatto con la natura

Chiariti i punti per cui bisogna stare più tempo all’aria aperta e meno al chiuso, è bene conoscere quali sono concretamente gli effetti positivi dello stare a contatto con la natura. Il contatto con la natura aiuta nel sostegno dello sviluppo cognitivo ed emotivo del bambino; migliora la resilienza; migliora lo stress e riduce sensibilmente l’ansia; migliora la capacità creativa; favorisce l’attenzione e l’elasticità mentale; sviluppa intelligenza ed attenzione nei confronti della natura; contribuisce allo sviluppo del senso dell’avventura; migliora le attività motorie di coordinazione ed equilibrio; affina l’attitudine alla gentilezza; genera serenità e tranquillità; genera una sensibilità particolare, sin dai primi momenti, su temi etici del rispetto dell’ambiente e contribuisce allo sviluppo di un senso civico rinnovato; migliora le capacità di muoversi in autonomia.

 

 

Il contatto con la natura e le false credenze

Stare a contatto con la natura porta questi benefici. Lo dice l’esperienza ma lo confermano anche gli studi scientifici e le opinioni di persone illustri come Maria Montessori, la quale più volte si espresse a favore delle attività all’aria aperta per il benessere dei bambini. Tuttavia in Italia i piccoli passano ancora troppo poco tempo a contatto con la natura. Questo accade perché alla base, vi è la falsa credenza secondo cui, se il bambino esce si ammala. In realtà è esattamente il contrario: i bambini si ammalano perché escono troppo poco all’aria aperta. Passano molto più tempo al chiuso, con temperature artificiali e pochi ricambi d’aria; è questo che determina poi il malanno. Scientificamente parlando, lo stare all’aria aperta non comporta alcuna controindicazione.

 

 

La natura come apprendimento

La natura per i bambini può essere anche un luogo in cui imparare tante cose. Il contatto con la natura aiuta i piccoli a toccare con mano quelle che sono delle cose individuate solo sui libri scolastici, ma che in realtà, si presentano vere e concrete tra gli alberi e le piante. La natura è una fonte gratuita di stimolazione sensoriale e di emozioni; una vera e propria miniera inesauribile di informazioni preziose per la crescita e lo sviluppo cognitivo del piccolo. La natura poi aiuta a migliorare il coordinamento fisico, ed accrescere le competenze motorie, grazie alla non linearità dei terreni incolti, e grazie alla necessità di correre, saltare, arrampicarsi e salire. Un bacino di risorse interminabile.

Perché ai bambini piace la caccia al tesoro e come organizzarla

Uno dei giochi più interessanti per i bambini è sicuramente la caccia al tesoro. A volte può non sembrare, ma le attività necessarie per trovare o nascondere i vari tesori oggetto del gioco, costituiscono un’attività completa, che funge da stimolo alle funzioni psichiche, ma anche fisiche. La caccia al tesoro è molto utile per far sviluppare nel piccolo l’astuzia, ma anche altre attitudini come il ragionamento e l’intuito. Inoltre, dato che per lo svolgimento di questo gioco sono indispensabili dei ruoli, si accresce anche uno spirito di responsabilità e di consapevolezza di sé.

 

Cos’è la caccia al tesoro?

Per caccia al tesoro si intende un gioco di società i cui giocatori possono essere divisi in squadre o giocare individualmente. È un gioco per tutte le età, ma i bambini la prediligono di gran lunga rispetto agli altri. L’obiettivo del gioco è trovare un tesoro o più tesori nascosti. Per farlo è necessario percorrere delle tappe, a loro volta individuabili solo mediante una serie di enigmi e indovinelli. La caccia al tesoro ideale è quella che si svolge in una dimensione geografica piuttosto ampia, come boschi, pinete, spiagge, villaggi. Ma ciò non toglie che ci possa essere tanto da divertirsi anche se organizzata in luoghi più angusti.

 

 

Giocare porta benefici

Un gioco come la caccia al tesoro è ricco di risvolti  positivi sulla crescita e lo sviluppo del bambino. Il gioco di squadra per esempio: con la caccia al tesoro vengono messe in risalto le peculiarità importanti relative al gioco di squadra, facendo comprendere al bambino quanto sia importante la complicità e la cooperazione per raggiungere l’obiettivo. Alcune prove richiedono abilità manuali, altre richiedono più astuzia ed altre comprensione. Una squadra ben compatta può superare brillantemente tutte le prove. Ma la caccia al tesoro è anche e soprattutto un gioco di abilità: i rompicapo che portano al tesoro sono infarciti talvolta di interessanti quiz di geografia, storia e attualità; il bambino quindi sarà portato a cimentarsi con più di un argomento, cercando di arrivare laddove non ha conoscenza, magari con il semplice ragionamento. Inoltre la caccia al tesoro aiuta a stimolare i ragionamenti ed il senso dell’intelligenza: giocare insegna a ragionare.

 

 

Gioco che insegna a ricercare e porsi un obiettivo

Il fulcro del gioco è il perseguire l’obiettivo di trovare il tesoro. Per questo motivo tutte le attività che vengono poste in essere per la vittoria finale sono finalizzate alla ricerca del tesoro. In pratica si gettano le basi che andranno poi a sviluppare l’attitudine a lavorare per obiettivi. Si sviluppa l’istinto della ricerca, insito in ogni essere umano, ma anche la voglia di indagare e scoprire ed esplorare cose e luoghi nuovi. La curiosità e la scoperta sono elementi fondamentali che dovrebbero costituire la base dello sviluppo intellettivo di un bambino.

 

 

Le regole della caccia al tesoro

Appurati quali sono gli aspetti positivi derivanti dal gioco, è bene stabilire quali siano le modalità di gioco e le varie fasi con cui si realizza. Innanzitutto c’è bisogno dei giocatori: i bambini possono dividersi in squadre o scegliere di giocare individualmente. Innanzitutto si deve pensare agli indovinelli. Questo è compito per gli adulti, i quali dovranno confezionare degli indovinelli semplici ma efficaci, fatti di filastrocche, rebus e metafore, per stimolare l’ingegno dei piccoli.  Gli indovinelli dovranno essere posti su bigliettini e, anche se non c’è un numero giusto di indovinelli, è bene non esagerare: 5-6 quesiti al massimo. L’indovinello numero 1 condurrà i concorrenti alla tappa successiva, dove troveranno un secondo indovinello con un oggetto, e così via fino al tesoro vero e proprio.  Solo chi risponderà correttamente agli indovinelli, o chi risolverà prima degli altri i grattacapi, avrà ottenuto la vittoria, ma in realtà in questo gioco vincono un po’ tutti quelli che imparano qualcosa.

 

La clownterapia fa bene anche a chi la fa

La clown terapia è quel tipo di attività svolto da volontari intenti a portare il sorriso ai pazienti malati, quasi sempre bambini o anziani. Un compito svolto quasi sempre da volontari, i quali si assumono l’impegno di far sorridere e giocare i piccoli e sorridere gli anziani, facendo passare loro qualche ora spensierata. Ridere fa bene e gli effetti positivi della risata e del buonumore, nella terapia contro le varie patologie, possono essere molto utili, specie in funzione della completa guarigione. Che la clownterapia faccia bene ai pazienti è risaputo, ma risulta che gli effetti positivi si riscontrino anche in chi si occupa di somministrarla ai pazienti. In altre parole anche gli operatori e i volontari usufruiscono di vari effetti benefici derivanti da questa terapia.

 

Quelli della clownterapia: i clownterapeuti

Si presentano negli ospedali, nei centri di cura e nelle cliniche vestiti come dei medici, solo che il camice è spesso colorato. Non indossano maschere, ma quasi sempre basta un naso rosso a portare l’ammalato a distrarsi, seppur per pochi momenti. La clownterapia è una vera e propria disciplina, introdotta dal dottor Patch Adams, che approfondisce le dinamiche che portano al sorriso e le modalità di somministrazione. Indispensabili per chi voglia fare quest’attività, vi è il contatto, la voglia di fare del bene e di mettersi a disposizione per l’altro. A differenza dei clown classici che si vedono in giro, i clownterapeuti non dispongono di palline da gioco e trapezi vari, ma solo di modi creativi di creare intrattenimento per i piccoli degenti. Così facendo si crea un clima di serenità che abbatte le barriere tra il volontario ed il paziente.

 

A cosa serve e come si pratica la clownterapia

La clownterapia serve a portare allegria nelle stanze di degenza o nelle case di riposo. Gli effetti benefici di questa terapia consistono nel fatto che il paziente distolga la mente dalle criticità derivanti dalla malattia che lo affligge.  Per applicare la clownterapia occorre molta creatività, essendo un’attività basata sulla semplice improvvisazione: tutti gli oggetti presenti nella stanza possono diventare oggetto del gioco e fulcro dell’intrattenimento. Tuttavia, a volte basta anche meno; ci sono pazienti a cui basta tenere solo la mano per infondere in loro fiducia e conforto. In sostanza però, il ruolo del clown è preciso: portare il paziente lontano dalla malattia, seppur solo con la mente. Per quanto riguarda l’attività, si mettono in scena piccole gag, storie divertenti o giochi, ma sempre improvvisati. Per fare ciò, i volontari partecipano ad incontri di formazione in cui provano le scene e si scambiano informazioni.

 

Il ruolo positivo del clownterapeuta

Essere un clownterapeuta non è facile. Spesso si ha a che fare con pazienti gravemente malati, in cliniche specializzate od in luoghi in cui sono ospitati malati terminali. Talvolta risulta complesso strappare loro un sorriso ma anche il semplice ingresso in sala. In casi del genere, la risata non è sempre così scontata, ma è proprio quando il lavoro del volontario va a buon fine, che arriva la gratificazione. Il  ruolo della clownterapia è determinante nello scatenare quelle capacità di reazione alla malattia, scatenando perché no, anche la voglia di reagire. Spensieratezza, calore umano, vicinanza; questi sono gli effetti immediati che questa terapia suscita nei pazienti, seppur per pochi minuti a seduta. Tuttavia è stato riscontrato che la clownterapia è positiva anche per chi la pratica. Sono gli stessi volontari talvolta, che ne confermano i benefici sul piano emotivo. In generale i clownterapeuti vanno in ospedale per portare un sorriso e tranquillizzare i pazienti. In queste situazioni assistono spesso a momenti commoventi, partecipandovi direttamente, ed imparano tante cose, tra cui un approccio più diretto e positivo nei confronti della vita.

I benefici della risata per gli anziani

Ridere fa bene ed è un fatto risaputo. Farsi una bella risata per qualche minuto al giorno, può realmente apportare benefici concreti alla salute. Ovviamente gli anziani non sono esenti da questo discorso: anche per loro, l’ilarità è qualcosa di benefico, che comporta un bel po’ di vantaggi. In questo articolo sono indicati i principali benefici che la risata ha sugli anziani.

 

Ridere come arma di prevenzione

Una sana risata aiuta molto, fa bene all’umore e costituisce una vera e propria arma di prevenzione.  Un vero e proprio benessere totale, che porta dei benefici a livello fisico e mentale. Questi elementi così ben radicati nella cultura popolare, trovano salde conferme nelle prove scientifiche che confermano gli effetti positivi del buonumore nella prevenzione dello stress e nell’invecchiamento fisico e mentale. Secondo molti studi effettuati sul tema, ridere vuol dire prendersi cura del proprio umore, il che rappresenta la cura più economica ed efficace per  tutelare la propria salute. Per chi vuole toccare con mano è bene sapere che secondo uno studio della Mayo Foundation for Medical Education and Research, ridere riduce in maniera significativa gli ormoni dello stress. Il cortisolo viene ridotto  del 39%, l’epinefrina del 70% e la dopamina del 38%.

 

Una risata come cura

Ironia, buonumore ed ilarità, sono davvero dei potenti medicinali. Secondo altri studi inerenti i benefici della risata sugli anziani, è emerso che il buonumore e la risata possono essere davvero determinanti contro malattie piuttosto serie come l’Alzheimer o il morbo di Parkinson. Ridere poi, fa bene anche al cervello. È stato osservato infatti, che con la risata calano i livelli di ormoni dello stress nel cervello, favorendo risvolti positivi anche nella memoria e la ricettività, tutti aspetti che non possono far altro che bene al corpo ed al benessere psicofisico di una persona anziana. Altri studi ancora, confermano quanto la cultura popolare già diceva: essere felici aiuta a vivere più a lungo. Il buonumore aiuta e si pone a completamento della concezione di salute, la quale non sarebbe completa senza uno solo degli elementi che la compongono.

 

Perché ridere fa bene? Le reazioni fisiologiche

Sembra ormai palese che ridere faccia bene all’organismo, tuttavia non ci si chiede come mai. Quali sono i meccanismi fisiologici che si innescano con la risata? Secondo alcuni studi gli effetti positivi sul corpo degli anziani sono molteplici:

  1. Aiuta ad aumentare l’ossigenazione nel sangue e funge da regolatore della pressione sanguigna
  2. .Contribuisce a garantire un ricambio totale dell’ossigeno presente nei polmoni
  3. Stimola la produzione di serotonina (ormone della felicità), assieme al contributo di endorfine e anticorpi
  4. Aiuta e rafforza il sistema immunitario, producendo effetti benefici e preventivi contro il rischio di ammalarsi
  5. Stimola il movimento con il quale si attivano 80 muscoli; grazie a una risata migliora quindi, il tono muscolare in tutto il corpo
  6. Aiuta a neutralizzare gli effetti negativi di ansia e stress
  7. Risulta determinante nella diminuzione della percezione del dolore grazie al rilascio di beta-endorfine

 

Quando una risata aiuta a vivere

Molti la chiamano addirittura “terapia del sorriso”: atteggiamento positivo, buonumore, ilarità, sono gli ingredienti fondamentali per l’elisir della longevità. Una sorta di antidepressivo, senza conseguenze o controindicazioni, economico e facile. Ridere per qualche minuto al giorno apporta benefici anche al sistema cardiocircolatorio, infatti, secondo alcuni studi, una risata equivale a dieci minuti di attività fisica. Ridere fa bene ed è una vera e propria cura che deve essere somministrata agli anziani, che dopo la mezza età possono sviluppare qualche sindrome depressiva. Una risata in questo caso può essere terapeutica e preventiva, se applicata nei tempi giusti.

Quali sono le serie TV più belle da vedere in famiglia

Le serie TV oramai rappresentano una parte centrale del palinsesto per l’intrattenimento di ognuno. Le varie piattaforme, offrono format di tutti i tipi: dall’horror, alla comedy, dal comico al drammatico; passando ovviamente per la serie TV formato famiglia. Oramai questa forma di intrattenimento, si pone come antagonista della componente letteraria, con il vantaggio di riuscire a catturare, tutta la famiglia in un colpo solo. Scegliere la serie a cui legarsi, da guardare rigorosamente in compagnia di tutta la famiglia, può essere una procedura lunga, ma stimolante e divertente. Bisogna solo avere qualche piccolo accorgimento per accertarsi che la serie in questione sia adatta, specie considerando i piccoli di casa. Ma quali sono le serie migliori da guardare in famiglia? Ecco un elenco di quelle più consigliate.

 

 

Una serie di sfortunati eventi

 

Si tratta di una serie TV ispirata al film del 2008, con protagonista Jim Carrey. Qui i protagonisti sono tre fratelli orfani, i Baudelaire, che devono fronteggiare un tutore malvagio, il conte Olaf intenzionato ad arraffare la loro eredità. La prima stagione della serie consta di 8 episodi dalla durata di 50 minuti ciascuno, la seconda stagione è lunga 10 episodi, mentre la terza, soltanto 7. Una serie di sfortunati eventi disponibile sulla piattaforma Netflix.

 

 

Chiamatemi Anna

 

Anche questa serie è distribuita da Netflix. Chiamatemi Anna è la trasposizione televisiva di Anna dai capelli rossi, il celebre personaggio, reso famoso dalla serie di romanzi di Lucy Maud Montgomery. Particolarmente interessanti sono i paesaggi presenti nelle ambientazioni degli episodi, alcuni davvero mozzafiato. La serie approfondisce argomenti importanti come l’amicizia, l’amore e la crescita. Una serie adatta ai bambini, ma non solo.

 

 

Modern Family

 

Una serie davvero interessante: le vicissitudini di una famiglia allargata raccontate lungo 11 stagioni. La famiglia in questione è la Pritchett-Dunphy-Tucker, dove sussistono decine di istanze particolari che sono rappresentative di argomenti attuali, ma raccontati in modo divertente. Tematiche come la crescita dei bambini, l’omosessualità, lo sviluppo e l’amore, sono affrontate con comicità e con toni esilaranti. Modern Family è già un cult per leggerezza e divertimento. La serie è distribuita in Italia su Netflix e Prime Video.

 

 

Friends

 

Non ci sarebbe bisogno di presentazioni: il successo di Friends parla da sé. Questa serie ha letteralmente spopolato qualche anno fa, ed anche se è piuttosto datata, rientra ancora tra le serie più indicate per le serate in famiglia. Forse non sarà adatta ai bambini piccolissimi, ma è comunque attuale. Disponibile su Netflix.

 

 

Once Upon a Time

 

Con questa serie ci si addentra nel mondo delle fiabe. Si tratta di racconti fantastici ma riportati ai giorni nostri. Tutto nasce dalla maledizione di una regina malvagia, che costringe i personaggi a vivere nel mondo attuale, in una cittadina chiamata Storybrooke. Sostanzialmente i personaggi non ricordano chi sono e devono cercare la verità. Negli episodi delle 7 stagioni di Once Upon a Time, distribuiti da Netflix, compaiono anche figure storiche delle fiabe per bambini, come ad esempio Pinocchio e Geppetto, Capitan Uncino o Robin Hood.

 

 

Tumble Leaf

 

Tumble Leaf è una serie animata, il cui protagonista è una piccola volpe di colore blu che si cimenta in mille avventure. Questa serie è particolarmente indicata per le famiglie con figli molto piccoli, infatti gli episodi,dalla durata di 22 minuti l’uno, sono suddivisi in due storie, e forniscono piccole nozioni che possono insegnare qualcosa ai bambini. La serie è distribuita da Prime Video.

 

 

Ninjago

 

I LEGO hanno sempre messo d’accordo grandi e piccoli. Quindi, perché non guardare una serie TV che possa consolidare questo accordo? Ninjago è proprio l’ideale. Gli omini più famosi del mondo prendono vita in questa serie: i protagonisti sono dei ninja che combattono contro draghi, serpenti e signori della guerra. Avventuroso ma alla portata di tutti.

 

 

Perché le bolle di sapone piacciono ai bambini

Le bolle di sapone sono uno dei primi giochi che i bimbi conoscono. Sin dai primi anni di vita, un semplice contenitore di plastica con acqua e sapone e un bastoncino, creano quella piccola magia delle bolle che fa divertire tanto i bambini. Le bolle di sapone mettono d’accordo bambini e  genitori: piacciono tanto ai piccini quanto ai grandi. Questo è un gioco che può avvicinare molto i genitori ai propri figli perché anche i grandi si divertono a fare bolle di sapone. Inoltre si può creare un gioco davvero avvincente, sottoforma di sfida, per creare ancora più enfasi nella produzione di bolle. Cosa c’è di meglio di una bella sfida tra genitori e figli, a chi produce le bolle migliori? perché, se da un lato i piccoli si divertono a fare bolle e a vederle svolazzare, dall’altro i genitori preferiscono questo gioco, per le sue implicazioni positive nello sviluppo del bambino.

 

 

Le bolle di sapone: uno strumento per l’autocontrollo

 

Il gioco delle bolle di sapone insegna l’autocontrollo. Un gioco che si presenta come innocuo e divertente ha dei risvolti positivi, insegnando ai più piccoli il controllo e la gestione di impulsi ed emozioni: tramite le bolle di sapone si sviluppa l’autocontrollo dei bambini. In che modo influisce? Semplice. In primo luogo, il gioco delle bolle di sapone può essere eseguito sempre e comunque, in qualsiasi luogo ed in qualsiasi contesto. In casa o meglio, in giardino o per strada, anche in caso di disagio, il bambino può giocarci. Grazie alle semplici bollicine il bambino riesce a controllare le proprie emozioni e focalizzarsi sulle stesse.

 

 

 

Perché i bambini amano le bolle di sapone

 

Le bolle di sapone sono essenzialmente un gioco, ed è per questo che i bambini le fanno spesso. Amano perdersi  con lo sguardo mentre inseguono virtualmente le bolle e si concentrano tantissimo per farle molto grandi e con un tragitto duraturo. Ma i motivi per cui questo gioco riscuote un successo intramontabile, sono due:

  1. I bambini amano le bolle di sapone. Queste volano al vento, assumono dimensioni differenti e poi si dissolvono. I bambini le adorano
  2. Fare bolle di sapone è una sfida. La sfida a chi riesce a fare bolle di sapone più grosse, a chi riesce a farle volare più lontane oppure, a chi riesce a produrre bolle che scoppiano più tardi possibile.

 

 

Come si gioca alle bolle di sapone

 

Tutto il necessario per giocare con le bolle di sapone si trova in vendita: la classica boccetta in plastica ed il tappo con l’aggeggio all’estremità, entro cui bisogna soffiare per produrre bolle di sapone. Quest’ultimo è indispensabile per la riuscita del gioco; se da un lato, si può sostituire la boccetta con qualche contenitore di qualsiasi forma e dimensione, dall’altro, la bacchetta utilizzata per soffiare deve essere quella, e difficilmente si trova una degna sostituzione. Ad ogni modo, è possibile preparare tutto l’occorrente anche in casa, l’importante è il gioco. Una volta invitato il bambino al gioco, bisogna creare un’atmosfera che favorisca calma e concentrazione. L’autocontrollo si sviluppa praticamente in automatico dato che, per la riuscita del gioco, ovvero, la produzione delle bolle, il bambino dovrà stare fermo il più possibile e dovrà resistere alla tentazione di scoppiare le bollicine appena prodotte.  In questi casi il genitore può “sfidare” i piccoli a dimostrare di essere capaci di stare fermi e non scoppiare le bolle, facendo scattare quella resistenza interna che porterà alla produzione di bolle che, lentamente finiranno sul pavimento.

 

 

Bolle di sapone: autocontrollo e gioco libero

 

Certo, questo gioco favorisce concentrazione ed autocontrollo, ma è anche vero che, nelle primissime fasi della vita, fino ai due anni di vita del piccolo, si può lasciare che le bolle vengano soffiate via, sfiorate o scoppiate dal bambino. Questa sarà una sua reazione automatica, specie per le prime volte in cui giocherà con le bolle, quando, spinto dalla curiosità, sarà propenso a rincorrerle e toccarle. In quei momenti, sarebbe anche carino che il bambino approfondisca e si senta libero, pur sotto la supervisione di un adulto che vigili, evitando che possa ingerire qualche bolla.

 

 

 

 

La scuola e l’importanza di socializzare

Nella crescita e nello sviluppo dei bambini, la socializzazione ricopre un ruolo fondamentale. L’importanza dell’interazione con altri bambini è determinante per lo sviluppo e l’apprendimento che forma gli aspetti caratteriali. La socializzazione tuttavia, è un qualcosa di abbastanza immediato: sin dai primi giorni di vita, le interazioni che riguardano il neonato sono da ritenersi come attività di socializzazione. Ad ogni modo, questo aspetto, assieme alle domande su come favorire la socializzazione del proprio piccolo, sono il mantra di ogni neogenitore.

 

 

Le prime fasi della socializzazione

 

Appena nato, il bambino, riconosce l’odore della mamma e interagisce con le persone che si occupano di lui. Questa è la fase embrionale dello sviluppo della personalità, che consiste in una reazione fisica agli stimoli dell’ambiente esterno. Questi processi diventano sempre più complessi con il passare del tempo, ma è con l’approccio scolastico che il bambino impara a rapportarsi con i suoi coetanei.  L’ingresso a scuola o in ludoteca è fondamentale in quanto, fino a quel momento, il piccolo si sarà rapportato solo con i componenti del proprio nucleo familiare.

 

 

A Scuola o in ludoteca

 

All’interno di un contesto come quello scolastico o quello della ludoteca, il bambino risulta per la prima volta indipendente e lontano dalle figure genitoriali. Qui il bambino è portato alla conoscenza ed alla scoperta degli altri, al rapportarsi con coetanei ed adulti diversi dai genitori. La fase dell’ingresso a scuola non va sottovalutata: partono da qui, quei processi di socializzazione e apprendimento che determineranno il carattere del piccolo durante la crescita; parte da qui lo sviluppo di comportamenti che saranno utili una volta adulti. La socializzazione è un processo dovuto ma allo stesso tempo innato. Spesso  genera tensioni emotive come paura, confusione e curiosità, ma anch’esse sono determinanti come stimoli utili alla crescita.

 

 

Il ruolo del gioco nella socializzazione

 

Il gioco è uno degli elementi fondamentali per lo sviluppo sociale dei bimbi. Nei primi anni di vita è praticamente la modalità prediletta con cui i bambini approcciano ai propri coetanei. Attraverso il gioco, si innescano nel bambino, dei meccanismi che costituiscono le fondamenta della formazione della propria identità. Il gioco è interazione verbale, gestuale, ma anche fisica. Innesca delle relazioni che nascono spontanee, delineate dalla dinamica del gioco, la quale genera una serie di reazioni, che ci dicono molto sullo sviluppo del piccolo. L’attività ludica quindi, ha un ruolo determinante nello sviluppo della personalità e nelle capacità di relazionarsi con il mondo esterno. Giocando, il bambino interagisce per forza di cose, con bambini di età simile e adulti, creando i presupposti per il suo sviluppo sociale e cognitivo.

 

 

La socializzazione come apprendimento

 

Attraverso la socializzazione, il bambino impara a conoscere la propria personalità e quella degli altri. Socializzando impara a conoscere e rispettare i tempi suoi e quelli altrui. Crescendo poi, il piccolo avrà la capacità di condividere le emozioni, individuarle negli altri e percepirle. In questa fase, il ruolo del genitore è quello di favorire e creare le occasioni per la socializzazione del bambino; tuttavia questo dovrebbe avvenire senza forzature perché, non bisogna dimenticare che la socializzazione resta un processo spontaneo. Ciò implica che non c’è un momento della vita in cui si inizia a socializzare con i coetanei, che sia valido per tutti i bambini; alcuni iniziano prima altri dopo, ma prima o poi tutti ci arrivano.

 

 

La socializzazione ai tempi della DAD

 

Se è vero che la scuola e la ludoteca costituiscono un momento importante per lo sviluppo sociale del bambino, è vero anche che numerosi problemi si sono avuti durante i lockdown che nel 2020 hanno tenuto migliaia di bambini in casa. La soluzione temporanea per far fronte all’emergenza e garantire comunque la scolarizzazione dei piccoli, ovvero la DAD è ritenuta da molti, solo un palliativo. Molti bambini hanno quindi rinunciato a quella dinamica di classe, al gioco con i propri coetanei ed alla socializzazione con i compagni. Certo, le lezioni a distanza, somministrate sottoforma di gioco, hanno comunque aiutato i piccoli in qualche modo, ma è mancato qualche aspetto sul fronte sociale e relazionale, oltre che su quello emotivo.

 

 

 

 

 

Come stimolare la curiosità dei bambini

È possibile stimolare la curiosità nei bambini? Una domanda che si pongono in tanti, operatori e genitori in primis. In realtà, lo sviluppo della curiosità nei piccoli è un qualcosa di innato, che viene prima di tutto. Sostanzialmente i bambini sono curiosi per natura, e sin dai primi momenti della propria vita, tendono a scoprire, scrutare ed osservare il mondo che li circonda. Successivamente, la curiosità si esplicita mediante il dialogo, con le famose mille domande che i bambini pongono agli adulti su qualsiasi cosa. Quindi, se i bambini nascono già curiosi, cosa può fare un genitore? Semplicemente mantenere viva la fiamma della curiosità, con disponibilità ed apertura.

 

 

Stimolare la curiosità dei bambini

 

Per un corretto sviluppo cognitivo dei bambini, anche la curiosità gioca un ruolo determinante. Bisogna alimentarla e mostrarsi pronti a rispondere alle tante domande. Inoltre, la cosa migliore da fare è creare nuovi spunti, nuovi stimoli che suscitino curiosità nel bambino. Un nuovo spunto, tra i migliori in assoluto, è quello del viaggio: portare i bambini in posti nuovi. Qualunque posto va bene: una visita ad un museo, una gita all’aperto o un pic-nic, purché si tratti di un posto nuovo. La novità del luogo spingerà il bambino a cercare nuove risposte e quindi, a fare nuove domande. Qui la cosa importante è favorire la comprensione del nuovo posto, spiegandone i dettagli o raccontando piccole storie sul posto in questione.

 

 

Stuzzicare la curiosità dei bambini: libri, fumetti e musica

 

La lettura può giocare un ruolo determinante per alimentare la fiamma della curiosità del bambino. Le storie, i racconti, le favole, possono essere il giusto spunto per creare nel bambino, quella curiosità che lo porta a voler conoscere il finale delle storie che legge. Leggere apre la mente, si sa. Una lettura accattivante farà aprire nuovi orizzonti al bambino, con nuovi interrogativi e nuove domande. Lo stesso discorso vale per gli albi a fumetti, i quali catturano maggiormente l’attenzione dei bambini, grazie alla presenza delle immagini. Qui si sviluppano alcuni tratti determinanti come lo spirito d’osservazione, che misto alla curiosità, porta il piccolo verso nuove scoperte. Un elemento che forse, non tutti conoscono è quello musicale: la musica come stimolo della curiosità dei bambini. Il ritmo, il movimento, il ballo, i suoni, stimolano a livello cerebrale, delle regioni diverse, rispetto a quelle stimolate dalla lettura. Il movimento a ritmo di musica, determina la scoperta e la gestione degli spazi.

 

 

Una regola d’oro: rispondere alle domande dei bambini

 

Un dettaglio da non sottovalutare, e una regola da tenere sempre da conto: rispondere sempre alle domande che fanno i bambini. Un bambino particolarmente curioso tenderà a porvi mille domande, specie se gli stimoli che lo incuriosiscono sono tanti. Questo processo tuttavia, è parte della crescita stessa, e non deve essere arginato. Per questo motivo bisogna rispondere sempre alle domande che il bambino pone; in quel momento sta imparando delle cose, sta apprendendo, e se ci tiene a fare delle domande è perché cerca delle risposte che solo il genitore può dargli. Bisogna quindi, cercare di essere disponibili e pazienti e rispondere con tutti i dettagli del caso.

 

 

Stimoli e benefici della curiosità

 

Ci sono bambini molto curiosi ed altri meno curiosi. Su questo aspetto, molto influiscono gli stimoli esterni, ma anche l’impronta stessa che lasciano i genitori. Il compito dei papà e delle mamme è quello di contribuire alla voglia di conoscenza dei loro pargoli. L’atteggiamento dei genitori determina molto lo sviluppo della disponibilità all’apprendimento dei figli, ed è su questo che si deve lavorare per migliorare l’approccio. Innanzitutto bisogna considerare che i bambini si dimostrano disponibili all’apprendimento, quando si trovano in uno stato di benessere emotivo, perché tutto comincia dall’emozione. Poi è chiaro che i bambini non sono tutti curiosi allo stesso modo, e non tutti reagiscono ugualmente agli stessi stimoli. Alcuni necessitano di un’iniziativa importante da parte dei genitori, altri invece, si dimostrano subito più autonomi.

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